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Lo Statuto Albertino dall'unità d'Italia al Fascismo

La sopravvivenza dello Statuto Albertino, attraverso le vicende del Regno d'Italia fino al Regime fascista

Lo Statuto rimase in vigore e pertanto esteso a tutta la penisola, all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia (1861). L’unità italiana vede la conclusione del periodo travagliato del Risorgimento, ma ne apre un altro altrettanto drammatico sul piano politico-economico e socio-culturale. Proprio per far fronte a questa delicata situazione, sarebbe stato necessario un sistema governativo forte e capace, in grado di porre fine alle tradizionali divisioni all’interno dei partiti per convergere in una maggioranza efficace. Tale sistema non venne realizzato; anzi andò sviluppandosi- tra il 1870 e il 1880- una pratica politica che, pur rivelando subito gravi difetti, diventerà poi un metodo consolidato e legittimato. E’ il trasformismo, quel fenomeno che segnò uno scadimento profondo e sostanziale nello stile di governo e nel tono della vita pubblica. Consiste infatti in una prassi politica per cui vengono costituite e “smontate” alleanze “dietro le quinte” tra varie fazioni sulla base dell’opportunismo politico del momento. Così la distanza tra il “paese reale” e il “paese legale” andava aumentando, mentre il governo faceva sentire la sua preponderanza legando a sé l’amministrazione centrale periferica e assegnando un ruolo secondario e strumentale al parlamento.

Giolitti Le istituzioni- e, con esse, lo Statuto- registrano una leggera ripresa, con Giolitti. Esprimendo le esigenze di una borghesia più aperta e dinamica, egli cercò di creare uno Stato di diritto garante delle leggi; e di costituire un governo capace di mediare tra i conflitti sociali. Gli sforzi profusi nella modernizzazione del Paese non furono tuttavia compensati: troppo a lungo l’esecutivo aveva fatto affidamento sulla capacità esclusiva di un leader che fosse in grado di coagulare una maggioranza, che sembrava tenuta assieme da interessi di parte, piuttosto che da preoccupazioni nazionali e morali.  

La crisi economica, succeduta al primo conflitto mondiale, fece emergere con maggior forza la debolezza endemica delle strutture liberali; mentre la classe politica continuava a perdere prestigio e credibilità, inerte o impotente di fronte ai problemi vecchi e nuovi della società italiana.

I governi successivi a quello di Giolitti si dimostrarono di giorno in giorno più deboli e incerti. Di fronte ai disordini, (conseguenza della crisi economica) e ai disagi sociali, il Parlamento non fu in grado di esprimere né una maggioranza omogenea, né un’opposizione costruttiva. In questa situazione fu facile per il  Fascismo occupare il vuoto politico e morale che si era determinato nel Paese, ponendosi come forza di rinnovamento capace di portare ordine e pacificazione.

L’affermazione del Regime implicò dei cambiamenti piuttosto drastici nella struttura politica: le Camere furono espropriate dalle loro funzioni e alla Corona furono rimosse tutte quelle prerogative che negli anni precedenti risultavano inviolabili. Mantenere in vita lo Statuto fu, per il Fascismo, un’azione dettata da ragioni logiche: risultava conveniente perché esso rappresentava un emblema forte in grado di far leva sulla Monarchia per ottenere la legittimazione del regime. La più evidente violazione della legittimità della Carta albertiana, fu la sostituzione del principio di uguaglianza con quello di appartenenza: in questo modo si andava a violare la libertà politica, dal momento che venivano tutelati giuridicamente soltanto coloro che aderivano al Partito. Tutto ciò comportava un mutamento del veicolo di rappresentanza, identificato non più nel Parlamento, ma nel partito unico.

L’opera di costruzione del nuovo Stato culminò nel novembre del 1926 con le cosiddette “Leggi fascistissime”- note anche come leggi eccezionali del Fascismo: atti giuridici che iniziarono la trasformazione dell’ordinamento del Regno d’Italia in quello del Regime. In sintesi, queste leggi stabilivano: che il Partito fascista era l’unico ammesso; che il Capo del governo doveva rispondere del proprio operato solo al Re e non più al Parlamento (che in questo modo veniva di fatto  esautorato); il Gran Consiglio del Fascismo diventava l’organo supremo dello Stato; gli unici sindacati riconosciuti erano quelli fascisti; tutte le associazioni dovevano essere sottoposte al controllo della polizia; la stampa doveva essere sottoposta a censura. Le nuove attribuzioni affidate al Gran Consiglio (organo legislativo ed esecutivo) contribuirono a concludere anche le funzioni costituzionali della Monarchia sabauda,che si tenne in silenzio di fronte alla dichiarazione della fine dello Statuto,ritenuto da Mussolini ormai inadatto all’Italia del momento. L’adozione di tale atteggiamento le fece perdere la sua più importante funzione, quella di legittimare un regime parlamentare reso possibile solo tramite il pieno funzionamento della Costituzione.  

 

 

 

 

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