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Il Diritto nella cultura antica

Il valore della legge nel mondo e nella cultura antica

Nella filosofia antica un ruolo importante riveste la discussione sulla legittimità e i fondamenti del potere politico: a chi spetta il compito di governare e stabilire le leggi?
Chiedersi chi dovesse governare equivaleva a interrogarsi su quale fosse la costituzione migliore e il regime più idoneo a mantenere il benessere della polis.

Scuola di AteneSocrate, Platone e Aristotele hanno coniato per primi il linguaggio atto a designare le forme di governo e le realtà politiche; termini che utilizziamo ancora oggi, anche se diversi nel significato.

Monarchia indicava il governo di uno solo, il “PRIMUS INTER PARES”, cioè il primo tra i nobili.
La tirannide (anch’essa governo di uno solo) non era però -come la Monarchia- basata sul consenso delle famiglie aristocratiche, ma su un atto di forza del singolo che prende il potere in un momento di mancato equilibrio politico.
Aristocratiche erano tutte quelle città governate dalle famiglie di antica nobiltà; democratiche, quelle il cui potere era detenuto dal ceto popolare, ossia da coloro che avevano diritto di partecipare alla vita pubblica.

In particolare, Aristotele distingue tre tipi di costituzione o governo: la Monarchia, l’Aristocrazia e la Politèia, ovvero la costituzione per eccellenza.

Quando il potere non è esercitato per la comune utilità, ma per il vantaggio dei governanti si ha la corruzione di queste tre forme di governo: la tirannide è la degenerazione della monarchia, l’oligarchia dell’aristocrazia, la democrazia della politèia. Aristotele indica la Politèia come forma di governo preferibile, in quanto può garantire meglio di ogni altra la realizzazione della virtù umana: essa, infatti, è espressione dell’uguaglianza di tutti i cittadini. La politèia rappresenta il giusto mezzo tra oligarchia e democrazia. Quando Aristotele fa riferimento al governo di tutti i cittadini, si riferisce, in realtà, a tutti gli uomini che -per natura- sono in grado di realizzare la vita dell’uomo nell’esercizio delle virtù e che sono dunque utili alla vita civile.
Alcuni uomini, come barbari e schiavi che egli definisce “inanimati”, non possono realizzarsi in quanto tali. La virtù nell’uomo, infatti, consiste nel poter realizzare appieno la sua natura di animale politico: è solo nel contesto sociale, che l'individuo può perseguire, oltre che la sua dimensione razionale, anche la sua personale felicità, in termini di misura ed equilibrio. La giustizia, identificata con la virtù per eccellenza, si determina come giustizia distributiva e correttiva. La prima dà a ciascuno ciò che gli spetta; la seconda interviene a correggere gli squilibri e si concretizza in un complesso di leggi che ordinano una determinata società.
Le leggi, in quanto universali, non sempre si adattano al caso singolo, con cui talvolta entrano in conflitto. Tale conflitto tra l’universale e il particolare si risolve in una diversa forma di giustizia, l’equità, che interviene a correggere la norma, adattandola al caso specifico.
Legge, giustizia e uomo in quanto animale politico sono strettamente collegati in Aristotele, quanto in Socrate. Per Socrate l’uomo comincia ad esservi quando c’è la legge, quando si costituisce la politica di un certo Stato. L’uomo che si sottrae alla legge dello Stato cessa di essere tale perché è figlio della legge. Se Socrate, condannato a morte dalle leggi dello Stato, avesse chiesto l’esilio o fosse fuggito, sarebbe cessato di essere uomo. Morendo in nome di una legge anche se ingiustamente applicata, invece, il filosofo rimane coerente al suo pensiero. La legge va rispettata anche quando la si ritiene ingiusta; ma è dovere di tutti fare in modo che possa essere modoficata nel consenso generale, perché in ogni caso espressione della giustizia.  

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