Il Diritto nella cultura moderna
Il lungo percorso del pensiero democratico
Il Settecento e l'Ottocento sono il secolo delle costituzioni moderne che segnano un passo fondamentale nella vita politica e civile dei popoli, individuando nella democrazia la forma di governo più adatta a regolare i diritti e i doveri di un individuo. Il cammino che ha condotto a tale traguardo è stato lungo e tortuoso; da sempre, intellettuali di varie estrazioni e filosofi di differenti concezioni hanno cercato di risolvere i problemi relativi alla convivenza. Fin dall'antichità, infatti, l'obiettivo principale dei maggiori pensatori fu quello di trovare un fondamento allo Stato; inizialmente, rintracciandolo nella natura (che subisce così una sorta di spiritualizzazione); progressivamente, ritrovandolo nella matrice razionale dell'uomo.
Partendo da Socrate e da Platone per arrivare ad Aristotele, si approda ad una concezione dello Stato basata su solidi principi: naturalità, eticità, unità interiore, sovranità della legge; nonchè ad una visione della politica come scienza, con regole ed insegnamenti precisi, non come un'arte abbandonata al caso.
Con l'avvento del Cristianesimo, invece, si assiste ad una triplice rivoluzione: religiosa, filosofica e morale. Al naturalismo antico si sostituisce lo spiritualismo, instaurando il regno della libertà e della vita interiore. L'individuo non è piu' coattamente legato alla natura, il cittadino non più allo Stato: ora l'uomo è legato a Dio tramite un vincolo spirituale di amore e fede, e l'individuo può avvicinarsi al Divino grazie alla sua volontà. Le teorie di S. Agostino e S. Tommaso dimostrano che queste nuove concezioni della realtà e della vita morale influenzarono anche la dottrina del Diritto e dello Stato. Tutto ciò, però, viene messo in discussione con l'Umanesimo. L'uomo, facendo riferimento alle speculazioni platoniche e aristoteliche, ritrova fiducia in se stesso, la vita riacquista il suo valore. Questo processo prepara il terreno all'avvento di un periodo storico molto piu' importante, il Rinascimento, durante il quale l'uomo si libera dall'ammirazione per gli antichi e va a ricercare nella natura e nella storia ciò che la natura e l'uomo sono realmente: la natura si spiritualizza e l'uomo si immedesima in essa. La Riforma Protestante e la formazione degli Stati assoluti portano alla liberazione dell'uomo dalle gerarchie ecclesiastiche, ma anche alla perdita dell'unità e dell'universalità politica. E' in questo contesto che s'inserisce il pensiero di Machiavelli.
Niccolò Machiavelli è considerato l’iniziatore dello storicismo. La sua vita speculativa fu dominata dal desiderio di creare una comunità politica italiana, e a tal fine Machiavelli indirizzò i suoi studi verso la ricerca delle origini della storia italiana. Due opere fondamentali riassumono i suoi studi: il Principe e i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.
L’obiettivo di Machiavelli è anzitutto quello di cercare di valutare globalmente la storia esaminando la natura umana; e, secondariamente, di rivolgersi alla realtà contingente, allontanandosi da tutti quei modelli politici, la cui effettiva realizzazione assumesse un carattere utopistico o irraggiungibile. Dai suoi studi, emerge l'intenzione di una tipologia di Stato paragonabile a quella di Roma antica. Machiavelli è tuttavia consapevole dell’impossibilità di eguagliare un simile assetto, se non ipotizzando uno Stato accentrato (come quello che verrà elaborato nel "Principe"), dove il potere non dovrà mai scadere nell'arbitrio e dunque nella tirannide.
E infatti, proprio nella necessità di dover cotrollare il potere e le forme di governo, Machiavelli avverte la problematicità dell’incedere storico: l’uomo non sa dove la storia lo porta, ma deve sapere quale sia il suo posto, il suo ruolo, la sua identità nel cammino storico. L'individuo deve riconoscersi nella storia, rendersi partecipe delle vicende del suo tempo: Machiavelli ammonisce pertanto gli uomini a non lasciarsi andare, a non abbandonarsi al corso passivo degli eventi; in questo senso, lo si può definire storicista per eccellenza.
Machiavelli implicitamente afferma la politica come mondo a sé fra i molti mondi dell’uomo, con la sua morale e la sua logica, che non lo rendono scisso e alieno dalla più generale logica e morale, ma impediscono di racchiuderlo in altri recinti, come ad esempio la morale religiosa.
Teorizza dunque una politica autonoma dalla morale religiosa e pertanto scienza; e, in quanto tale, necessita di realismo e laicità.
Questa visione così rigida della politica deriva dalle vicende storiche che hanno preceduto e che sono contemporanee a Machiavelli: è conseguenza della Riforma che, influenzando tutti gli aspetti della civiltà moderna, ha fatto si che l’uomo si sentisse libero dalla gerarchia ecclesiastica. Ma soprattutto spezza l’universale unità sia religiosa che morale dei due poteri supremi, quello temporale e quello spirituale. È questo il contesto in cui nasce e in cui riesce a maturare l’idea del principe e della nuova morale politica.
A seguito delle affermazioni Baconiane e Cartesiane si sviluppa anche un altro movimento filosofico: il giusnaturalismo, che indica la tendenza a trovare al diritto un fondamento in natura, che non è più la physis ma è la natura dell’uomo.
Tale corrente si sviluppa nel seicento e afferma che il diritto deve essere fondato del tutto indipendentemente dalla teologia e i suoi contenuti devono derivare dalla ragione. La difficoltà sta nel passaggio dallo stato di natura allo stato civile, senza venir meno al principio che l’uomo è l’autore della realtà politica, così lo Stato sorge sotto forma di un contratto libero, volontario e consensuale che serve per tutelare lo stato di natura che prevede quei diritti naturali che sono preesistenti allo stato civile.
Il giusnaturalismo si apre con Grozio, ma le sue linee guida saranno seguite anche da Hobbes e Locke.
Hobbes, costruisce lo schema del giusnaturalismo, eppure approda all'ASSOLUTISMO: infatti la sua non è una politica liberale.
Hobbes nega l’esistenza di tendenze sociali nell’uomo. Ad accomunare gli uomini è l’egoismo ma anche l’esigenza di pace, la cui realizzazione necessita di un compromesso.
È così che viene “stipulato” un contratto che dà vita allo Stato: questo è un patto di ognuno con ciascuno e dunque anche con il sovrano, il quale, personificando lo Stato, diventa l’arbitro non solo dei beni dei suoi sudditi, ma anche della loro vita. Dunque alla ragione naturale, si sostituisce la ragione civile, anzi pubblica.
Per Hobbes, che il Potere sia nelle mani di una persona o di un'assemblea non è molto rilevante: ciò che conta è che il Potere sia assoluto, cioè non vincolato da alcuno nè da nulla. Lo Stato così inteso non ha nulla di naturale: è qualcosa di artificiale, di convenzionale. Da ciò si deduce che non esistono diritti naturali: il diritto (ciò che è lecito e ciò che è illecito) è tale in quanto fissato dallo Stato.
Tuttavia, lo stato assoluto hobbesiano é tale non in quanto stato del privilegio e dell'arbitrio, ma in quanto protezione per l’uomo, a cui deve garantire sicurezza e pace. per questo è opportuno che l’individuo si privi di ogni bene -alienandolo allo Stato- perché la causa della guerra è la proprietà privata.
Anche Locke è un giusnaturalista, ma il suo Stato (basato sulla divisione dei poteri) assume una concezione liberale, in quanto si fa garante -oltre che della libertà individuale- anche della proprietà privata.
L’individuo che entra a far parte dello Stato non rinuncia ai suoi diritti naturali, anzi, vi entra per garantirli.
Lo Stato, dunque, nasce dal basso, non dall'alto, sulla base dell'esigenza di essere tutelati nei propri diritti.
Il popolo è sovrano. Quando chi governa (potrebbe essere un Monarca) non rispetta il "contratto", andando oltre i propri poteri; quando non tutela i diritti naturali, quando agisce secondo il proprio "arbitrio" e non secondo la legge, allora il popolo ha diritto alla resistenza, alla rivoluzione.
In un contesto diverso, quello dell'età dei lumi, nell’ambito di una cultura scientifica, un altro filosofo espone la sua concezione liberale, ma nuova, dello Stato. Rousseau proclama la superiorità della vita naturale sull’artificio della civiltà. La natura di cui parla Rousseau è la rivelazione del pensiero, bisogno di indipendenza.
Nuova è la definizione di stato naturale dell’uomo che diventa sinonimo di innocenza e semplicità. Sta qui la differenza con i giusnaturalisti sopra nominati, che individuano invece altre caratteristiche nella condizione "di natura", quali la malvagità per Hobbes e la proprietà per Locke. L’uomo è naturalmente libero e dunque uguale, in quanto tutti gli uomini allo stato naturale hanno le stesse condizione e le stesse possibilità. È con il contratto sociale che si generano le disuguaglianze, il conseguente dispotismo e le eventuali ribellioni.
Nonostante reputi giusto solo lo stato naturale, Rousseau non crede sia possibile un ritorno allo stato di natura; infatti l’umanità sembra condannata a ricadere periodicamente nel dispotismo. L’unica possibilità per l’uomo di essere libero è rappresentata dall’abbandono radicale dello stato di natura per acquisire l’individualità e dunque la libertà di una vita morale che si colloca all'interno di uno Stato civile. Nello stesso modo in cui lo stato civile si sostituisce allo stato naturale, l’elevazione intellettuale prende il posto dell’innocenza e della semplicità così come la ragione prende il posto dei sensi. È così che Rousseau abbandona la vecchia visione rinascimentale per collocarsi nel mondo dei lumi, in cui l’uomo diventa davvero padrone di sé.
L'individuo che, nello stato antico, si sente eccezionalmente in simbiosi sia col contesto sociale sia con le Leggi, in età moderna (rinascimentale ed illuministica) e -a nostro avviso- in età contemporanea, si sente spesso "solo" o -addirittura- in contrapposizione alle istituzioni.