Lo Stato nella classicità
La concezione classica dello Stato
La dottrina greca dello Stato ha il suo punto di partenza nell'insegnamento socratico. Per Socrate lo Stato è una necessità morale e naturale; partecipare ad esso è un dovere. L'individuo, più che nella famiglia, celebra la sua natura nello Stato. Senofonte, nei Memorabili, ricorda una conversazione tra Aristippo e Socrate in cui Aristippo sosteneva che egli non avrebbe voluto essere cittadino di alcuno Stato, e avrebbe desiderato vivere senza patria, senza leggi, come cittadino dell'universo. Socrate gli dimostra che ciò non è possibile, perché, vivere fuori dallo Stato, è vivere fuori dall'umanità, è spogliarsi della condizione di uomo: sottrarsi allo Stato non è libertà, ma servitù e miseria.
Ai sofisti che avevano creato un dualismo tra natura e Stato, Socrate oppone che lo Stato è naturale, e arriva a sostenere che il cittadino deve obbedienza allo Stato anche se ingiusto, per il principio di ordine che esso esprime e che è fondato in natura. Per Socrate la politica non è arte, abilità, ma scienza come la virtù: per questo, essa non può operare senza sapienza per il bene e la felicità di tutti. Solo la piena coscienza di sè e della propria capacità deve invogliare al governo, poiché solo allora governare è un dovere.
Le critiche socratiche alla sua città pongono in luce le contraddizioni e le debolezze anche di una democrazia: il perdurare di uno spazio pubblico di uguaglianza e libertà è messo gravemente a repentaglio se:
- La comunicazione del sapere è monopolizzata da logiche di potere, politico ed economico (e questo può apparire anche a noi come un problema attuale).
- La morale condivisa si basa su una tradizione competitiva e discriminatoria, trasmessa e recepita acriticamente, che in fondo tutti accettano, sofisti compresi.
- Non ci si rende conto del nesso strettissimo che esiste fra la politica, la virtù politica, e la conoscenza: una democrazia non può sopravvivere senza l'autonomia e la consapevolezza di ciascuno dei cittadini.
Coerentemente con l'affermazione socratica che l'uomo è tale in quanto è dialogo e rapporto, si capisce come egli cominci ad esistere quando si riconosce nella legge. Ne dà un esempio evidente lo stesso Socrate accettando la sua condanna a morte e rifiutando la possibilità di fuggire.
Aristotele afferma che l'uomo è per natura "essere politico", non tanto perché non possa vivere fuori dello Stato, ma perché solo in esso può raggiungere la pienezza e la perfezione della sua natura. Infatti nessun individuo può bastare a se stesso, ognuno ha bisogno degli altri per sopravvivere.
L'insegnamento socratico trova nella Repubblica di Platone e nella Politica di Aristotele la sua espressione più alta e perfetta.
La Politica è l'opera in cui Aristotele esprime la sua concezione dello Stato. Suo merito indiscusso è di aver eletto la politica a scienza autonoma. Lo Stato è per Aristotele un ente autarchico, che basta a se stesso e non deriva da enti superiori: la sua ragion d'essere e il suo fine non sono da altri enti condizionati. Il concetto dello Stato in Aristotele è intimamente legato ai suoi principi metafisici; esso è partecipe della natura di tutti gli altri esseri e risulta di elementi formali e materiali associati tra loro mediante il moto e conformati all'idea di un fine. Aristotele afferma che l'uomo è per natura "essere politico", non tanto perché non possa vivere fuori dello Stato, ma perché solo in esso può raggiungere la pienezza e la perfezione della sua natura. Infatti nessun individuo può bastare a se stesso, ognuno ha bisogno degli altri per sopravvivere. In questo senso l'uomo è animale sociale, cioè tende naturalmente all'aggregazione, dalle sue forme più semplici (la famiglia, il villaggio) a quelle più complesse (la polis).
"E' manifesto che la città è un fatto naturale e che l'uomo è animale per natura socievole".
Questo dato è così evidente che, chi non sente il bisogno di entrare a far parte di una comunità e crede di bastare a se stesso, è per Aristotele "o una belva o un Dio".
La forma politica ideale che il filosofo propone è quella di una via di mezzo tra il governo aristocratico e uno democratico: un governo in cui i "migliori" prendono le decisioni, ma in funzione delle esigenze della comunità.