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Italia controcorrente

Michela Geri

ITALIA CONTROCORRENTE

Corsa contro il tempo per rispettare Kyoto

Italia impreparata al primo esame su Kyoto. Il nostro paese ha iniziato con il piede sbagliato il percorso che prevede, entro il 2012, una riduzione delle emissioni di CO2 del 6,5% rispetto al '90. Benchè, infatti, le tappe necessarie per l'applicazione del protocollo fossero note già dal 2002, anno della ratifica italiana, il Parlamento non ha ritenuto necessario promuovere da subito una legislazione appropriata che disciplinasse diritti e doveri delle industrie in materia. E così il ministro dell'Ambiente, Altero Matteoli, vista l'imminente firma  della Russia, solo a metà Novembre scorso, ha firmato un decreto urgente che annunciava due scadenze: la prima prevista per il 5 Dicembre 2004, data entro cui tutte le industrie avrebbero dovuto presentare domanda al Ministero dell'Ambiente per avere il permesso di emettere gas serra; la seconda, prevista invece per la fine dello stesso mese, stabiliva il termine entro cui le stesse aziende dovevanofornire la documentazione per stabilire le rispettive quote di CO2. Ma l'Italia è arrivata tardi anche in Europa. La Commisiione Europea aveva infatti stabilito che ogni Paese presentasse entro Marzo 2004 il proprio piano di distribuzione delle quote. Il nostro Paese ha autonomamente prolungato i termini fino a Luglio, giungendo peraltro con una proposta non proprio in linea con gli obiettivi. I dati perlano chiaro: il settore dell'energia termoelettrica, che nel 2000 ha emesso circa 100 milioni di tonnellate di CO2 (MtCO2), ne potrà emettere circa 106 nel 2005, 103 nel 2006 e solo nel 2007 i livelli scenderanno. Stessa situazione anche per le acciaierie, i cementifici, le cartiere e molte altre industrie. Contraddizioni a non finire quindi, o forse semplicemente proposte in linea con le tendenze dell'ultimo decennio, visto che dal 1990 le emissioni sono aumentate del 9%. Ciò significa che per il 2012 l'obiettivo reale passa dal 6,5% al !5,5%. Utopia? Probabile. Nel frattempo l'Italia pensa di risolvere la situazione con l'EMISSION TRADING, ossia con il cosiddetto 'commercio dei fumi', iniziato già dal 1° Gennaio 2005. A spiegare in cosa consista questo nuovo commercio ci ha pensato Federica Ranghieri, economista che cura per la Banca Mondiale l'Italian Carbon Found:"Ogni Stato assegna ai propri comparti industriali una quota massima di emissioni e ogni impianto di quel comparto  riceve una parte di tale quota. Se l'azienda rimane al di sotto della quota assegnatale può  vendere ad altri la CO2 non emessa. Al cotrario, se inquina più del consentito deve acquistare quote di CO2 non emessa da aziende e Paesi virtuosi. Oppure può acquistare fondi che vanno a finanziare progetti di riduzione delle emissioni in Nazioni in via di sviluppo. L'unica voce fuori dal coro di Confindustria sembra essere Pasquale Pistorio. Il vicepresidente dell'associazione ha infatti dichiarato:"Il protocollo di Kyoto non è solo una necessità, fa anche risparmiare e dà vantaggi competitivi". E per il WWF Pistorio ha ragione, dal momento che, secondo uno studio del centro di ricerche Ipsep (California), l'Italia non è un Paese parsimonioso in termini energetici. Da questo studio emerge infatti che, se venissero sostituite le apparecchiature industriali, commerciali e domestiche con modelli più recenti, il consumo di energia elettrica scenderebbe del 47% con un risparmio in termini economici di 15 miliardi di euro e in termini ambientali di 60 MtCO2. Se a questo si aggiunge che in Europa il 55% dei gas serra sono prodotti dalle centrali elettricjhe e dalle industrie, e che per il 2012  l'Italia dovrebbe ridurre di 80-90 milioni le attuali 550 MtCO2, è evidente che la posizione del vicepresidente di Confindustria è più che plausibile. In altre parole lo scopo del Protocollo di Kyoto non era quello di aggirarne le direttive, ma quello di iniziare un percorso concreto verso uno sviluppo sempre più sostenibile. Come al solito i buoni propositi hanno ceduto il posto agli interessi economici, visto che il problema più grande degli industriali italiani è la concorrenza con i Paesi Asiatici in via di sviluppo che non hanno controlli in merito di emissioni. Una visione peraltro limitata e poco proiettata verso il futuro, visto che investire oggi nell'innovazione vorrebbe dire risparmiare quasi il 50% dei consumi energetici domani. Forse all'economia italiana servirebbe un'ondata di riforme innovative, in linea con le prospettive future. Di certo la profonda crisi che il nostro Paese sta attraversando non contribuisce a migliorare quest'aspetto. Come la storia ci insegna, 'crisi' significa 'diminuzione degli investimenti, ma è sempre la storia che ci fa notare come per uscirne sia ncessario puntare proprio su questi ultimi.

 

I dati dell'articolo fanno riferimento a "Il Venerdì" di Repubblica del 10712/2004:

www.repubblica.it

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