Gas serra e CO2
Lorenzo Cerchecci
Le attività umane generano un aumento della concentrazione nell’atmosfera dei gas serra, che intrappolano il calore al suo interno provocando, quindi, un generale riscaldamento della superficie del pianeta, e la rottura degli equilibri climatici ed ambientali fin’ora esistenti. La temperatura media del pianeta è già aumentata nell’ultimo secolo di circa mezzo grado celsius, e secondo alcune stime, di cui non si più ignorare l’importanza sebbene siano piuttosto incerte, nei prossimi cento anni aumenterà ancora di circa 2 o 3 gradi. La terra reagirà in modi che non conosciamo, ma le conseguenze potrebbero essere catastrofiche; lo scioglimento dei ghiacciai, l’aumento del livello del mare, la crescente instabilità climatica con sempre più frequenti fenomeni catastrofici, lo stesso aumento della temperatura, sono scenari con cui forse l’umanità potrebbe scontrarsi se le emissioni di gas serra non diminuiranno in breve. Tra i gas serra contribuisce per la maggior parte all’effetto serra l’anidride carbonica (70%), seguita dal metano (23%) e da altri gas serra (7%), tra cui il protossido d’azoto ed i CFC (clorofluorocarburi). Il protossido d’azoto è emesso principalmente durante attività agricole, i CFC sono prodotti dall’industria e da alcuni prodotti di uso comune, ad esempio qualche spray e frigoriferi, e, secondo il protocollo di Montrael del 1997, dovrebbero iniziare a diminuire; altri gas possono essere originati a causa dell’inquinamento. Il metano è aumentato ultimamente del 145%, ed esercita un effetto serra pari ad un terzo di quello dell’anidride carbonica; il suo costante aumento, che attualmente procede ad una velocità dimezzata rispetto a 20 anni fa, è dovuto probabilmente agli allevamenti di ruminanti (i cui sistemi digerenti producono proprio gas metano), alle risaie ed all’estrazione ed all’uso del metano. Ma, come già detto, il ruolo fondamentale nell’effetto serra è ricoperto dall’anidride carbonica, o biossido di carbonio (CO2). La sua concentrazione nell’atmosfera è aumentata negli ultimi 200 anni del 30%, e non accenna a diminuire. La combustione (di gas, carbone, legna, petrolio, etc…) comporta l’emissione di CO2, che in parte è assorbita dalle piante per la fotosintesi; purtroppo processi come la deforestazione e la desertificazione permettono che la concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera aumenti ancora. C’è però un’altra causa, ben poco conosciuta, della produzione di CO2: l’emissioni della stessa da parte dei terreni coltivati. I terreni contengono grandi quantità di sostanza organica, prevalentemente sotto forma di humus. L’humus ha un basso grado di mineralizzazione, l’1-3% annuo. Se si praticano scorrette pratiche (bruciatura dei residui della coltura, lavorazioni frequenti e profonde, “scopertura” del suolo durante le stagioni calde), il suddetto grado può aumentare notevolmente. La mineralizzazione è la capacità di trasformare la sostanza organica, con l’aiuto di ossigeno ed enzimi, nei suoi componenti originari, cioè CO2, acqua e sali minerali. E’ importante quindi anche un saggio uso del terreno per evitare un ulteriore aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera. Gli scienziati stimano che circa la metà del biossido di carbonio prodotto all’anno rimanga nell’atmosfera. Tutti i processi che potrebbero portare alla rottura degli equilibri ambientali e climatici sulla terra sono strettamente collegati tra loro. In questa ottica, per cercare di trovare una soluzione, è necessario considerare ogni parte del nostro pianeta come facente parte di un grande ecosistema planetario; il nostro dovere è ora di agire in modo che l’equilibrio, che c’è tra le sue componenti, non si rompa in modo irreversibile.