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Sostenibilità come possibilità di crescita.

“Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”, questa è la prima definizione data allo sviluppo sostenibile dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo, nel 1987. Lo sviluppo sostenibile, che vent’anni fa appariva formalmente per la prima volta, è ormai divenuto un tema scottante, protagonista di dibattiti televisivi, articoli di giornale, incontri tra le potenze mondiali. Col passare del tempo quella sua prima definizione è stata corretta e ampliata. Inizialmente al centro della questione non c’era l’ecosistema nel suo insieme, la sopravvivenza e il benessere di tutte le specie viventi, prevaleva al contrario una visione antropocentrica, l’attenzione era posta sulle condizioni di vita umane. Nel 1991 viene introdotto il concetto di equilibrio auspicabile tra uomo ed ecosistema. Nel 2001 l’Unesco ha individuato i pilastri dello sviluppo sostenibile: l’equilibrio delle tre E (economia, ecologia, equità) e la diversità culturale, necessaria all’umanità come la biodiversità per l’ambiente.

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Il progresso dell’uomo, determinato da avanzate tecnologie ed efficienti sistemi produttivi, ha implicato costi ambientali molto alti. Si rischia ancora oggi di causare danni talmente gravi da rendere la Terra inabitabile per le generazioni future. Per questo, da quell’ormai lontano 1987, i diritti ambientali giocano un ruolo importante nella politica mondiale. Dal punto di vista ambientale, il mondo è considerato come un unico sistema complessivo, quindi le soluzioni ai problemi ecologici che lo riguardano devono essere decise dall’intera comunità internazionale, non dai singoli Stati. La ricerca di uno sviluppo sostenibile deve essere perseguita attraverso un accordo che leghi i paesi più sviluppati a quelli economicamente più arretrati e che impegni i primi a perseguire forme di produzione e di consumo che non danneggino i secondi. Si lavora quindi su accordi che rispettino gli interessi di tutti e proteggano lo sviluppo del sistema mondiale e l’ambiente. L’esempio più importante di accordo internazionale sulla tutela dell’ambiente è il “Protocollo di Kyoto”, firmato nel 1997 da 169 nazioni per ridurre le emissioni dei gas serra.  Dello stesso anno è la “Dichiarazione sulle responsabilità delle generazioni presenti verso le generazioni future”, adottata dalla conferenza generale dell’Unesco. Tutelare l’ambiente non significa far fronte a catastrofi ecologiche già avvenute, cercando di limitare i danni, ma è prima di tutto fare prevenzione. La Terra non deve essere irrimediabilmente danneggiata, le sue risorse devono essere utilizzate ragionevolmente. L’uomo, per perseguire uno sviluppo sostenibile, deve fare in modo che:

-         il tasso di utilizzazione delle risorse rinnovabili non sia superiore al loro tasso di rigenerazione;

-         lo stock di risorse non rinnovabili resti costante nel tempo.

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Sostenibilità non significa nessuna crescita; una società sostenibile mira ad uno sviluppo qualitativo, individuando nella crescita materiale uno strumento per migliorare, non il fine. Una società sostenibile opererebbe un’equa distribuzione delle ricchezze nel mondo, non consentirebbe il permanere della miseria. Essa dovrebbe offrire ad ogni individuo, in ogni parte del mondo, sicurezza e adeguate risorse materiali. La crescita materiale ancora possibile dovrebbe essere destinata a chi ne ha più bisogno. La povertà fa male all’ambiente: sono proprio i paesi in via di sviluppo quelli che presentano le forme di deterioramento ambientale più accentuate, poiché procedono ad una industrializzazione forzata, per recuperare la distanza dai paesi più sviluppati, e per questo sono costretti a non tenere in considerazione i pericoli per l’ambiente. Una società sostenibile conoscerebbe sia il benessere degli uomini sia lo stato delle risorse ambientali; cercherebbe di prevenire eventuali problemi naturali e agirebbe con efficacia; l’impiego di risorse non rinnovabili verrebbe minimizzato; tutte le risorse verrebbero usate solo  con la loro massima efficienza, riciclate sempre, se possibile; la crescita esponenziale della popolazione verrebbe rallentata e fermata. La crisi ambientale dei paesi in via di sviluppo, infatti, è determinata anche da un’esagerata crescita demografica. E’ necessario intraprendere un’adeguata politica demografica e, pertanto, per non aggravare ulteriormente lo squilibrio tra le risorse disponibili e la popolazione. La società deve finalmente cessare di essere subordinata alla crescita materiale.

sostiene.jpgDa sempre l’uomo è stato minacciato dalla natura, dalla sua forza impossibile da controllare. Col passare del tempo la situazione si è rovesciata. L’uomo ha sviluppato tecnologie in grado di permettere lo sfruttamento delle risorse naturali, la sua condizione di vita è gradualmente migliorata. Oggi è proprio "lui" che minaccia la natura, che con le sue attività rischia di danneggiare per sempre gli equilibri ambientali. Questa non è una vittoria per l’umanità, anzi, è un grande rischio che non vale la pena correre,  soprattutto per chi nel mondo deve ancora mettere piede, per quelle generazioni future che rischiano di non trovare un ambiente capace di soddisfare i propri bisogni. Non bisogna porsi come dominatori della natura, piuttosto cercare di costruire con essa un rapporto equo, paritario. Non devono essere riconosciuti solo i diritti dell’uomo, ma anche quelli dell’ambiente. Ogni generazione, ricevendo temporaneamente in eredità la Terra, deve proteggere il genoma umano e la biodiversità, cercando di perseguire quello sviluppo sostenibile in grado di mantenere un sistema che potrà soddisfare anche le esigenze future.

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