Le Multinazionali
Stella Marchino
Nel 2006 si parla di new-economy, e-business, e-commerce e così via, ma chi è nella realtà che gestisce concretamente i nuovi traffici. La risposta è semplice: le multinazionali.
Cosa è una multinazionale?
Il primo a darne una definizione fu David Lilienthal (direttore “Tennesse Valley Autority”) nel 1963, in una relazione scritta per il “Carnegy Institute of Technology”. In seguito, nel 1973 Robinson diede questa definizione di multinazionale: “imprese caratterizzate da un chiaro ed effettivo -orientamento internazionale- ma limitato dal fatto che la sede decisionale rimane all’interno del paese d’origine”. Egli distinse inoltre imprese internazionali, transnazionali e sopranazionali, anche se nel caos attuale è piuttosto difficile distinguere in modo netto.
In sostanza una multinazionale può produrre svariati beni di consumo o fornire servizi. Il centro direzionale è uno, ma le filiali possono essere molte e sparse ovunque, appunto in più nazioni. Queste società si avvalgono di processi tecnologici avanzatissimi, ampia manodopera a basso costo e risorse oltre-nazione. Per questo riescono a detenere il monopolio di molte cose.
Le prime multinazionali (sebbene parliamo di un concetto diverso da quello attuale) risalgono a diversi secoli fa, pensiamo alla “compagnia delle Indie Orientali”. Poi negli anni precedenti alla secondo guerra mondiale, parallelamente alla straordinaria crescita economica "globale" ci fu un grande interesse per i beni di consumo. Verso gli anni ’80, ’90, il delinearsi completo dello stato assistenziale determinò l’interessamento ai servizi. Si arriva così ai giorni nostri. Ma ritorniamo agli anni ’50, ’60, poiché è lì la chiave di tutto. In questi anni ci fu infatti una grande ripresa dai duri anni di guerra, incentivata innanzi tutto da una straordinaria crescita demografica. Si superò il protezionismo, si tralasciò l’agricoltura. L’apparato produttivo si svecchiò, aumentò così anche l’occupazione. La gente che fino ad ora aveva vissuto con la precarietà dell’agricoltura, si trovò ad avere la possibilità di acquistare beni di consumo e anche di lusso, ad esempio in quei tempi l'automobile. Grazie ai nuovi materiali ci fu un mercato più ampio in cui l’offerta cresceva parallelamente alla domanda. Le innovazioni tecnologiche insieme a nuove fonti di energia determinarono un radicale cambiamento di vita. La televisione rivoluzionò il mondo domestico ed il computer quello lavorativo... E’ in questa società consumistica e tecnologica che vive il commercio globalizzato e quindi i colossi dell’industria. Nei giorni nostri questo fenomeno è ancor più favorito da comunicazioni terrestri e telematiche che sono diventate straordinariamente veloci.
Ne consegue che le multinazionali sono importanti, sono parte integrante dell’economia globale. Se ci pensiamo la maggior parte dei prodotti che abbiamo nelle nostre case è frutto del loro operato. Esse sono in grado di realizzare prodotti in serie e di metterli sul mercato, in altre parole con la medesima qualità, in grande quantità. E’ su ciò che bisognerebbe riflettere, queste enormi società detengono il monopolio del commercio e schiacciano le imprese più piccole. Offrono prodotti attraenti, ma omologati. Più si va avanti, più si perde il prodotto tipico. Non esiste quasi più, eccetto che nei piccoli centri e qualche caso nelle città, il negozio specializzato, i supermercati vendono cibo, vestiario, elettrodomestici, quaderni,…in una grande confusione.
Ma ciò su cui è più importante porre l'accento è che queste imprese non sempre si comportano in modo corretto. Spesso dietro la bella facciata c’è sfruttamento ed una sorta di “esproprio” di risorse. Come ho detto prima, sebbene il centro direzionale sia nella nazione in quanto potenza capitalistica, le filiali sono dislocate nei posti più impensati. Spesso le fabbriche di produzione sono poste in paesi sottosviluppati o che in ogni caso sussistono in modo precario…perché? La risposta è semplice e chiara: la manodopera costa di meno ed è più numerosa. Gli operai vengono sottopagati. Per quanto riguarda i materiali, questi vengono acquistati nei paesi che ne hanno in abbondanza e che guarda il caso sono proprio quelli più poveri. La nazione “madre” può così decidere il prezzo, la materia prima viene ingiustamente acquistata sotto-costo. Chiaramente ciò accade solo in alcuni casi…
Quindi andiamo alla questione dell’acquisto da parte di noi consumatori: noi paghiamo prezzi altissimi in relazione all’oggetto, tuttavia non paghiamo né il lavoro umano, né la materia…a chi va tutto il denaro? Al marchio. E’ la marca che rende caro il prodotto, lo rende famoso attraverso la pubblicità.
Anche negli spot, la correttezza non è il punto forte delle imprese capitalistiche; esse puntano solo a generare "bisogni" nelle masse, spingendoli a comprare e comprare cose talvolta inutili, prodotti che spesso non fanno nemmeno bene, pensiamo alle merendine ed ai bambini obesi, o in ogni caso cose che non hanno il valore pagato. La” tecnica dell’usa e getta” incentiva sicuramente tutto ciò. Le cose che si acquistano oggi sono sempre meno durature, si è arrivati a poter utilizzare una sola volta e poi buttarla, anche una macchina fotografica! Ma la colpa non è solo dalla parte delle multinazionali, essi in fondo pensano solo al loro obbiettivo…La colpa è delle masse che vengono facilmente ingannate, che seguono le mode consumistiche dettate dal mondo globalizzato senza pensare con la propria testa. Bisogna smetterla, bisogna cominciare a tralasciare i beni di lusso, le nostre case sono piene di oggetti inutili. Anche perché, specialmente nell’Italia di oggi, è molto difficile concedersi tutto ciò visto che l’euro, per come è stata gestita la situazione, ha raddoppiato i prezzi e lasciato invariati i salari.
A mio parere quello che ognuno di noi, nel suo piccolo dovrebbe cominciare a fare, è questo: comprare con i soldi e con la testa! Perché non scegliere, quando è possibile, prodotti di sottomarca. Questi hanno la stessa identica qualità e solo un prezzo più basso.
Pensiamoci, il vantaggio è per noi… e per tutti.
Informazioni prese da:
http://www.manitese.it/boycott/boycott.htm
http://www.tmcrew.org/csa/l38/multi/disney.htm