Millennium Ecosystem Assessment
di Michela Geri
MILLENNIUM ECOSYSTEM ASSESSMENT
Stato attuale e previsioni per il futuro
Il 30 Marzo 2005 la FAO e il WWF hanno presentato, contemporaneamente in 10 capitali del mondo, il Millennium Ecosystem Assessment, rapporto sullo stato attuale degli ecosistemi, sulla loro evoluzione nel prossimo futuro e sui possibili interventi.
Il documento, commissionato nel 2000 dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, ha richiesto il lavoro di circa 1360 esperti – tra studiosi, scienziati e ricercatori – che hanno collaborato per 4 anni. Obiettivo: eseguire il più ampio ed approfondito studio sulla situazione ambientale del terzo millennio, con una particolare attenzione agli scenari di domani e alle soluzioni da attuare oggi.
Secondo il rapporto, sui 24 ecosistemi analizzati, 15 sono in declino con un degrado generale dei servizi forniti – acqua, cibo, pesca – del 60%. Il Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf, ha dichiarato: « I problemi con cui dobbiamo fare i conti oggi, potrebbero peggiorare in modo significativo nei prossimi 50 anni se non si interverrà subito ». Ed ha aggiunto: « Siamo responsabili non solo verso noi stessi, ma soprattutto verso i poveri del mondo, affinché i sistemi globali siano mantenuti nelle migliori condizioni possibili, e possano continuare a fornire i beni ed i servizi di cui abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza ». Diouf ha poi sottolineato che il peggioramento previsto rischia di ipotecare il futuro delle nuove generazioni, portandole sempre più vicine ad una estinzione di massa. Tuttavia si è anche dichiarato ottimista perché, secondo la sua opinione, esistono risorse scientifiche sufficienti per affrontare questa sfida. Una sfida che prevede, entro il 2015, la riduzione di fame e povertà, il miglioramento delle condizioni di salute e la protezione ambientale. A questo proposito Prabhu Pingali, Direttore dalla Divisione Agricoltura e Sviluppo Economico della FAO, ha affermato: « Occorrono cambiamenti radicali di tutti, del mondo politico, del mondo industriale e della società civile. Ognuno deve fare la sua parte. La protezione delle risorse naturali non può essere delegata ad un piccolo settore del governo o della società ».
Per capire meglio il campanello d’allarme che gli esperti hanno lanciato a tutto il mondo, ecco alcuni dei risultati contenuti nel Millennium Ecosystem Assessment.
Degrado della superficie
Quasi un quarto del suolo del pianeta è coltivato senza risolvere i principali problemi di base che riguardano la disponibilità di cibo, acqua e terreno. Dal 1945 ad oggi sono state convertite ad uso agricolo più foreste, savane e praterie di quanto non sia avvenuto nei 2 secoli precedenti. Dal 1980, ossia negli ultimi 25 anni, si è perso circa il 35% delle foreste di mangrovie ( il che vuol dire una foresta su tre), il 20% della totalità delle barriere coralline ha subito un degrado ed un altro 20% è andato distrutto. Circa 2 ecosistemi su 3 mostrano segni di declino.
A questo va aggiunto il problema dell’eutrofizzazione, ossia dell’aumento nel sottosuolo della concentrazione dei principali nutrienti, prodotti artificialmente con lo scopo di accrescere la produzione agricola e la disponibilità di cibo. Tra il 1960 e il 1990 è quasi triplicato l’utilizzo di fertilizzanti a base di fosforo, mentre dal 1985 è stata utilizzata più della metà di tutti i fertilizzanti prodotti nella storia dell’agricoltura. Le conseguenze future possono essere gravissime. Un’alta concentrazione di questi elementi nel terreno, infatti, provoca un forte squilibrio nel loro naturale smaltimento attraverso i cicli biogeochimici. Ciò significa che tutta l’azoto ed il fosforo non riciclato, andranno a finire nelle zone costiere, nei laghi e nei fiumi aumentando la concentrazione in superficie di alghe le quali, a loro volta, causeranno una progressiva diminuzione nella concentrazione d’ossigeno con la conseguente morte di numerose specie ittiche.
Le risorse idriche
Dal 1960 a oggi è raddoppiato il prelievo d’acqua con il risultato che attualmente c’è più acqua bloccata nelle dighe di quella che scorre liberamente nei fiumi. Una stima mondiale rivela che gli esseri umani utilizzano fra il 40% ed il 50% delle acque correnti accessibili. Tuttavia il fabbisogno richiesto sembra essere di gran lunga maggiore, visto che in zone come il Medio Oriente ed il Nord Africa si usa il 120% dell’acqua disponibile attraverso il ricorso alle falde acquifere. Queste ultime, però, hanno un tempo di ricarica molto lungo perché, l’acqua che vi scorre all’interno, deve infiltrarsi tra le piccolissime fessure della roccia, scorrendo con una velocità media di circa 15 cm al giorno contro i 35 cm al secondo dei fiumi. Il loro prosciugamento sembra quasi inevitabile.
Altro tipo di risorsa idrica a rischio è la pesca. L’avvento di quella industriale ha indebolito fortemente le capacità rigenerative delle specie ittiche, comportando una diminuzione del pescato che in alcune zone ha fatto scendere la disponibilità a 1/10 di quella originaria. Per di più 1/4 delle riserve marine di pesce sono sovrasfruttate.
Gli animali
L’eccessivo sfruttamento dei terreni, con la diminuzione dello spazio disponibile per la riproduzione delle specie, e il progressivo intensificarsi dell’uso degli stock ittici ha causato una progressiva perdita delle biodiversità. Va inoltre considerato il fatto che, anche se l’eccessivo utilizzo delle risorse del pianeta provoca, oggi, “solo” l’estinzione di alcune specie e non di altre, ciò comporterà l’alterazione dell’equilibrio negli ecosistemi, con l’estinzione di tutte le specie ad esse legate. Osservazione allarmante se si tiene conto che nel prossimo secolo sono a rischio circa il 12% degli uccelli, il 25% dei mammiferi e almeno il 32% degli anfibi.
Alimentazione e sanità
I risultati sulla capacità di produrre cibo sono solo apparentemente soddisfacenti, dal momento che l’incasso ricavato si basa sull’indebitamento. C’è di più. La produzione alimentare totale è cresciuta di circa 2,5 volte tra il 1960 e il 2000, mentre la popolazione mondiale è raddoppiata passando da 3 miliardi a 6 miliardi. Ciononostante, e malgrado l’intensivo sfruttamento delle risorse, nel periodo 2000/2002 856 milioni di persone hanno sofferto di denutrizione ( nel biennio 1995/1997 erano circa 32 milioni ).
Altro enorme problema è la sanità. Gli esperti hanno stimato che più di 2,6 miliardi di persone non hanno ancora accesso a sistemi di sanità accettabili.
Ineguale distribuzione delle risorse
Dal rapporto risulta evidente che, sebbene gli effetti negativi si riscontrano a livello mondiale, sono le popolazioni più povere a subirne maggiormente i cambiamenti. Se per esempio la produzione alimentare è globalmente cresciuta - nonostante sia ancora insufficiente – in Africa sub-sahariana è diminuita. Sempre in quest’area è previsto un aumento del numero dei poveri che passerà entro il 2015 dai 315 milioni del 1999 ai 404 milioni.
A livello mondiale 1,1 miliardi di persone non hanno accesso ad un buon approvvigionamento idrico e 2 miliardi vivono in zone aride. Se si considera che in Italia si consumano, in linea con la media europea, 2800 litri d’acqua al giorno pro capite, mentre in USA addirittura 6000, è evidente che la distribuzione dell’approvvigionamento non è omogenea.
Naturalmente, nella Dichiarazione dei 45 membri del Board, che ha coordinato la stesura di questo importante documento, sono presenti anche le opzioni a disposizione per conservare e migliorare i servizi, con la conseguente riduzione degli effetti negativi. Ne rappresenta un esempio la protezione delle foreste naturali che, oltre a preservare la biodiversità di flora e fauna spontanea, forniscono acqua e contribuiscono a ridurre le emissioni di carbonio. Insomma, allentare la pressione a cui è sottoposto il pianeta è possibile: è nel potere delle società umane.
Ma le conclusioni del Millennium Ecosystem Assessment puntano maggiormente alla necessaria responsabilizzazione che l’intera umanità deve attuare nel più breve tempo possibile: « La protezione delle risorse ambientali non può più essere considerata come un accessorio extra, da affrontare solo dopo che interessi più pressanti, come la creazione della ricchezza o la sicurezza nazionale, siano stati risolti. L’attività umana pone una tale pressione sulle funzioni naturali della Terra che la capacità degli ecosistemi del pianeta di sostenere le generazioni future non può più essere data per scontata ».