Personal tools
You are here: Home La Redazione Internazionale Diritto Intervista a Corradino Mineo
Document Actions

Intervista a Corradino Mineo

di Chiara Emanuele

Chiara EmanueleDomenica 21 febbraio 2010 - Chiara Emanuele intervista, per la Redazione Scientifica Internazionale del Liceo Majorana di Orvieto, Corradino Mineo, direttore di RAI News 24.
L'intervista verte sul legame tra politica, economia e sviluppo sostenibile.

Segue il testo completo dell'intervista. Un estratto video è disponibile come breve filmato


 
Che cos’è in termini politici un disastro ambientale?

Il disastro ambientale è quello che vediamo. Abbiamo frane dalla Calabria alla Sicilia, quello è un evidente disastro ambientale, cosa vuol dire? Vuol dire che le colline erano già a rischio frana, ma tutte le costruzioni che l’uomo ha fatto, sono costruzioni che hanno favorito questi fenomeni drammatici. Dal punto di vista politico il disastro ambientale è la natura caratterizzata da una forte incuria dell’autorità statale e da una speculazione che se ne è fregata di qualunque vincolo ambientale.

Quindi la politica dovrebbe ovviare ai danni di un disastro.

MineoLa politica vive dell’apparire, vive di successi, che devono essere immediati. Mentre per affrontare il problema dell’equilibrio del territorio ci vuol una politica di lungo periodo

L’uomo potrebbe benissimo ovviare ai danni. Se c’è un terremoto che è difficile da prevedere, che è devastante, lì le conseguenze ci sono, ma indubbiamente l’uomo potrebbe ovviare ai disastri. Le frane si possono evitare con degli investimenti mirati. Ma la domanda che mi fai è un po’ più complicata: può la politica ovviare? La politica vive dell’apparire, vive di successi, che devono essere immediati. Mentre per affrontare il problema dell’equilibrio del territorio ci vuol una politica di lungo periodo. Io non credo a una politica dell’emergenza, con l’emergenza tu togli i terremotati dell’aquila dalle tende e li metti nelle case, ma per evitare un altro disastro di quel genere ci vuole una politica di lungo periodo. Per esempio non devi costruire case che non rispettano le norme come la casa dello studente, ma non devi neanche pensare che ad una casa del settecento puoi rifare il tetto in cemento armato; o ricostruisci tutto in cemento armato o la struttura pesante che costruisci su una casa vecchia, con un terremoto importante ti crolla tutta addosso.  Questo tipo di scelte la politica non ne fa, perché destra o sinistra (in questo momento la destra più della sinistra, perché Berlusconi lavora solo sull’emergenza) lavorano per avere un ritorno immediato.

Riguardo ai centri storici, qui in Italia il problema non è da poco, considerando il fatto che sono loro che subiscono il maggior danno.

Si e no. Quando in un terremoto del ’68 in un paese che conosco della Sicilia che si chiama Partanna, accanto c’era una chiesa barocca che è crollata completamente e un castello medievale che non aveva nemmeno una crepa; questo perché il castello mediavela ha una struttura solida e la chiesa barocca era tutta apparenza. I centri storici, è vero che sono a rischio, ma a l’Aquila quello che è accaduto è che il maggior disastro e i maggiori morti sono stati sul “nuovo” costruito negli anni sessanta senza regole. Il problema del centro storico è che restaurarlo costa molto. Se tu dici recuperiamo la bellezza del centro storico di l’Aquila, costerebbe tanto. Ma per mantenere quest’impegno, dovresti spendere molti soldi e programmare l’intervento, ma questo è estremamente complicato… e la tendenza è quella , da parte degli abitanti, di andare ad abitare altrove, però se vivi altrove ci vorranno centinaia di anni perché queste new town diventino città come l’Aquila. E questo comporta una disgregazione del tessuto urbano.

Cambiando argomento, il giornalista cosa può fare per informare meglio la gente che l’ambiente sta soffrendo e che si rischiano delle catastrofi? Può semplicemente informare o può fare altro?

Ma vedi, in qualche misura i giornalisti sono come i politici, cioè vivono dell’apparire. Per esempio cos’è successo con il governo? Il governo si vanta di aver eliminato la spazzatura a Napoli, di avere tolto gli aquilani dalle tende molto rapidamente; ha ragione, però non ha risolto il problema del centro storico dell’aquila, non è detto che gli inceneritori di Acerra non diano problemi, ma intanto ha avuto un grande successo. I giornalisti si trovano nella stesa situazione per cui tendono a raccontare sempre l’ultima notizia e a enfatizzarla. Allora diciamo che l’iconografia giornalistica è molto superficiale, molto a effetto e quindi è difficile che si occupi del disastro ambientale se non per l’emergenza. Diciamo che se cresce una sensibilità diversa, il punto fondamentale sarebbe quello di un’informazione costante.

Quindi l’ambiente ha bisogno maggiormente di un aiuto istituzionale o individuale?

È evidente che ci vuole più informazione, una politica più corretta e un controllo popolare più forte, però contemporaneamente siccome i disastri alla fine vengono dimenticati, se crescesse una sensibilità popolare sarebbe meglio. Come può crescere una sensibilità popolare? In realtà dipende dal livello di partecipazione che le persone hanno. Ad esempio in merito all’alluvione di Firenze del ’44 è stata un’esperienza dopo la quale tantissimi ragazzi da tutta Italia sono andati lì a spalare… questo è un modo di partecipazione popolare che rende molto difficile dimenticarsi di Firenze, perché Firenze entra nell’immaginario collettivo. La ricostruzione di Firenze e il recupero delle opere d’arte, è stato fatto benissimo e non credo che sia stato merito dello stato, ma di questa straordinaria partecipazione popolare. Io penso che le cose anche semplici come pulire i parchi (come ogni tanto i volontari fanno) siano cose molto belle, perché servono a segnalare un amore particolare per quell’oggetto. Ma se la politica viene lasciata a se stessa consuma queste buone azioni in uno spazio televisivo e poi se ne frega.

E per quanto riguarda il vertice di Copenhagen, quello è stato un incontro tra uomini politici o tra uomini che veramente erano interessati a fare qualcosa?

Io penso che Copenhagen e non solo, segnino un punto positivo e il punto positivo è che la grande parte del mondo fino a due anni fa considerava il rischio della catastrofe ambientale come un’invenzione, ora riconosce che questo rischio c’è. Oggi ci sono governanti che, almeno formalmente, ammettono che il rischio c’è. In realtà il problema di fondo è che le organizzazioni internazionali non funzionano, perché le abbiamo costruite con grande enfasi dopo la seconda guerra mondiale e da allora i potenti hanno fatto di tutto per fregarsene. Cioè le grandi organizzazioni parlano molto e concludono male e questo perché i governi se ne sono, appunto, fregati. Ti faccio un esempio che non c’entra con l’ambiente, ma c’entra con la vita di noi tutti, pochi giorni fa è stata firmata una convenzione per l’abolizione delle bombe a grappolo, sono delle bombe che sono fatte per ferire le persone, i civili. L’hanno firmata, che bello, ma sai chi non l’ha firmata? Due paesi occidentali, gli Stati Uniti e Israele, e due paesi dell’ex blocco sovietico, la Russia e la Cina. Allora tu mi devi dire che senso ha firmare una convenzione per abolire le bombe a grappolo se poi Stati Uniti, Israele, Russia e Cina non la firmano.

Probabilmente ha presente il film “The day after tomorrow” in cui la politica cercava di ostacolare la scienza nel momento della catastrofe. Potrebbe accadere la stessa cosa per la medesima situazione?

Io credo veramente che la comunità scientifica abbia un ruolo positivo, ma bisogna stare attenti perché la comunità scientifica vive di finanziamenti. In tutte le cose la soluzione sarebbe la democrazia, una comunità scientifica libera sarebbe l’ideale.
La scienza è migliore della politica?Spesso si,ma non sempre. La scienza legata al mondo della produzione può essere molto fragile, perché la corazzata della scienza può essere attaccata dalla politica e l’unica soluzione sarebbe la democrazia e il pluralismo.

Uno scienziato sarebbe stato un rappresentante migliore del nostro ministro al vertice di Copenhagen ?

Non lo so, io ho visto professori e scienziati entrare nel mondo politico e far bene e altri no. Il problema non è quello, il problema è di un politico che rappresenti e di uno scienziato che si faccia capire.

Secondo lei c’è nel mondo politico una persona realmente interessata ai problemi dell’ambiente?

Ce n’è una sola, ed è Barak Obama. Perché Obama è stato eletto in realtà davanti alla constatazione che gli Stati Uniti non erano più la super potenza mondiale, che perdevano le guerre, che economicamente rischiano di valere meno della Cina e che vivevano al di sopra delle loro possibilità; perciò è stato eletto qualcuno che deve aprire gli occhi agli americani.
Io non penso che Barak Obama sia il campione dell’ambientalismo e non penso neanche che sia il campione del pacifismo ma essendo uno che deve dire un po’ più di verità agli americani, va abbastanza bene. Ti ho detto Barak Obama e non Al Gore perché mi sembra che sia uno che è passato dal business della casa bianca al business dell’ambientalismo.

In Italia il nucleare avrebbe molti problemi perché l’uranio andrebbe importato durante una situazione economica non favorevole, perché allora lo promuovono?

Il punto di fondo è che mentre fare una centrale nucleare costa e dura molti anni ma è semplice, puntare sulle energie rinnovabili vuol dire fare tanti investimenti e avere un ritorno meno immediato e meno visibile. Diciamo che il nostro governo che fa, il nostro governo ha bisogno di cose concrete e visibili. La grande opera ,come una centrale nucleare, mette in risalto la figura politica del governo, ma un investimento a lungo termine non offre la stessa “immagine popolare”.

« February 2012 »
Su Mo Tu We Th Fr Sa
1234
567891011
12131415161718
19202122232425
26272829
 

Powered by Plone