Marramao: la diversità nella Globalizzazione
Incontro tra gli studenti di Orvieto ed il professore Giacomo Marramao: il filosofo s’interroga sul futuro dell’Occidente analizzando il contesto filosofico-politico contemporaneo.
ORVIETO- Attualmente insegnante di “Filosofia politica” presso la facoltà di Filosofia e Scienze sociali dell’Università di Roma Tre, Il professor Giacomo Marramao, ospite ad Orvieto nel mese di Novembre, ha esposto agli studenti la sua interpretazione dei fatti riguardo il tema "il ruolo dell’Occidente nel mondo”. La teoria elaborata da Marramao, formalmente già presente nei suoi libri, definisce, sotto il profilo filosofico, la società del nuovo millennio. Il preludio del discorso, l’anticipazione della tesi del professore, è l’ evento dell’attacco terroristico alle Twin Towers, pressoché coincidente con l’inizio del XXI Secolo. L’ 11 Settembre 2001, secondo le opinioni di alcuni studiosi, sancì il fallimento della globalizzazione e formalmente la sua fine. Ritenendo errata tale conclusione, teorizzata utilizzando una definizione del concetto "Globalizzazione" semplicistico e incompleto, Marramao traccia il suo percorso iniziando proprio dalla fonte, cercando di decifrare accuratamente la società post-Guerra fredda. All’inizio degli anni novanta filosofi americani come Fukuyama ed Huntington scrissero tesi diametralmente opposte. In seguito al crollo del bipolarismo Russia -Stati Uniti, si vennero delineando le linee guida che avrebbero portato all’unificazione economica mondiale e all’ipotetica “fine della storia”: i conflitti politici finivano e l’individuo veniva identificato unicamente come “concorrente di mercato”. Questa interpretazione dei fatti filosofico- politica elaborata da Fukuyama fu smentita dagli eventi. Qualche anno dopo Huntington (recentemente scomparso) , descrisse in “Scontro delle civiltà” una teoria che si prefigurava come un’antitesi dell’idea del primo. Huntington vedeva nell’avvento della globalizzazione il manifestarsi di uno scontro d’identità tra Oriente ed Occidente in un proliferare continuo di scontri politici. Ma era quest’ultima tesi sufficientemente esauriente? La sintesi costruita dal filosofo italiano esprime un concetto più elaborato che comprende ed esclude un po’ entrambe e definita come l’ “Universalismo delle differenze”. Per spiegare appieno tale definizione è necessario rilevare i cambiamenti storici che hanno portato a tale conclusione. Con l’avvento delle nuove tecnologie, il tempo e lo spazio si sono assottigliati, gli spostamenti nel modo di capitali sono in real time e gli Stati hanno perso il controllo sull’economia finanziaria. Il mondo, unito sotto il profilo economico, paradossalmente risulta ancora più diviso sul piano delle identità. Alcuni sociologi hanno attribuito a tale fenomeno l’appellativo “Glocal” : accanto ad una globalizzazione si ha di conseguenza una localizzazione, manifestata come una rivendicazione, spesso culturalmente non giustificata, dell’identità. I fondamentalismi non sono frutto di un pretesto storico, ma spesso nascono all’interno delle società multiculturali come un’ esigenza, da parte di alcuni gruppi, di dimostrare la propria diversità. Lo smacco tra Occidente ed Oriente è quindi il risultato di una occidentalizzazione forzata sviluppatasi con la formazione delle società multiculturali. Non è un caso che forme di terrorismo nascano in Occidente, frutto di un’integrazione non pienamente attuata. Sulla base delle loro caratteristiche
e dei loro risultati oggettivi si è soliti enunciare due grandi modelli d’integrazione di matrice europea. Potenze europee quali Francia e Gran Bretagna rappresentano, grazie alle loro antiche tradizioni coloniali, la massima realizzazione di società multietniche. Il modello multiculturale forte, ironicamente definito “Londonistan” perché ha la sua massima espressione nella metropoli inglese, è frutto di quella politica d’integrazione forzata che si pone l’obiettivo di includere al suo interno più diversità culturali possibili. I ghetti contigui che caratterizzano Londra, non comunicando tra loro determinano una competizione indotta tra le varie etnie, finendo col dividere le parti in causa, dando luogo ad un contesto tutt’altro che integrativo. Forte degli ideali di cittadinanza ed uguaglianza tipici della cultura illuminista francese, il modello d’integrazione repubblicano si muove su binari diversi. Ogni individuo è identificato unicamente come cittadino senza tener conto delle diversità: tutti sono francesi di fronte allo Stato. Teoricamente Il modello francese sembrerebbe perfetto, ma eliminando ogni sfumatura culturale diversa, in realtà origina un effetto negativo che si manifesta con la rivendicazione di un’identità culturale oppressa , introducendo dei risvolti completamente inattesi. Tali modelli proposti dall’Occidente sono risultati inefficienti sotto il profilo simbolico, determinando di fatto soltanto una omologazione economica negativa. Se consideriamo l’identità, realizzata in rapporto alle relazioni ed alle esperienze e quindi multipla, si evince che la differenza si realizza a posteriori. Di conseguenza lo scambio culturale diviene fondamentale per realizzare tutto ciò, ma una fusione errata genera effetti disastrosi. L’Occidente, promotore di un nuovo input, ha il compito di realizzare un nuovo cosmopolitismo in grado di correggere gli errori della globalizzazione, introducendo un’omologazione che paradossalmente esalti la differenza. La civitas romana, un esempio classico che il professor Marramao sottolinea come massima realizzazione d’integrazione e l’Italia dei mille centri, mille tradizioni ed unita formalmente, rappresentano un chiaro punto di partenza cui andar fieri. Ma è di nuovo ad Occidente che le speranze si fanno forti, Obama: una diversità nel mondo “Glocalizzato”.
Riccardo Mecarone